Ménos
La Volontà di Potenza
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C’era una volta un lupo sempre affamato…
Il macigno si bagna del sudore di chi lo spinge, e vana è la tensione dei muscoli, ormai così dolorosa: la preda è inarrivabile. Febbrilmente puntare e scavare, con l’odore del coniglio sotto il naso, sempre troppo lontano.
La frustrazione è ormai amica di Menos da anni: dalle prime futili militanze, dal suo ritorno, dalla morte di Enkidu per mano del Messia Cremisi, da quando la Corona è stata strappata dal suo capo e si è formata, integra, su quello di Ferraru. Poter amare il Reggente è stata una magra consolazione. Troppo breve e troppo tiepida per chi vibra costantemente della bramosia di lasciare l’orma della sua zampa nel fango. Chi spera di sconfiggere il suo destino da clessidra rotta.
È troppo tardi, si dice, hai perso l’occasione della vita. La tua guerra per proteggere la tua Corte ed il Dominio è ora di qualcun altro, una singola febbrile battaglia è l’unico contributo che ti era concesso.
Alcune Salamandre ancora gli dedicano sacralmente la loro ricerca di gloria e vittoria, e lui le accoglie nel suo branco come un mentore che fa ardere i propri allievi ed è pronto a bruciare con essi. Per altri, la sua è una smania miope, un cane sciolto che il Sovrano farebbe bene a incatenare al più presto. Come possono dirlo? Perchè non capiscono che ogni suo sforzo era solo per dare a tutti il miglior futuro possibile? Eppure nulla si può contro il volere del destino, contro il disprezzo di un Dio che ha punito i suoi figli ingrati… oppure si? Con la Ruota in frantumi ogni giorno è trincea, e di valorosi comandanti sono piene le gabbie di Arcadia. Ma i lupi restano lupi e le pecore, anche se incoronate e con il viso sporco di olio di motore, restano pecore. E prima o poi Menòs terrà stretta tra le fauci la sua preda e salvato il mondo, a prescindere dal sacrificio. Del resto, dopo tutto questo tempo, un po’ di lingue antiche le ha imparate:
“Flectere si nequeo superos, Acheronta movebo”